«Arrivato nei pressi dell’aeroporto, conquistò una visuale ampia, inquadrò il mare e osservò la sagoma di Stromboli…»

«Arrivato nei pressi dell’aeroporto, conquistò una visuale ampia, inquadrò il mare e osservò la sagoma di Stromboli che sbucava sotto un cielo basso di piombo, avvolto da un vapore che lo circondava lungo i fianchi più vicini all’acqua. Gli parve un addio: l’isola che precipitava nella brace del tramonto con il suo intermittente sbuffo di gas e lapilli impercettibili.
Quando cadde anche l’ultima bava di vento, gli sembrò di poterne percepire l’odore, di poterne ascoltare anche il respiro quieto che si dilatava piano con un ritmo lento, come quello dei bambini che dormono senza sogni. Lo incantava quest’ora sospesa che gli spalancava un orizzonte senz’ombre, teneramente precario, così che egli potesse sottrarsi per qualche istante alla sua esistenza per immaginare un breve e struggente naufragio in quella di altri. Era sempre un volo breve, una brusca accelerazione dell’immaginario che lo spostava nel tempo e nello spazio perché egli potesse sentirsi altrove.
In realtà, non vedeva davvero nulla di preciso: osservava quell’orizzonte come gli capitava di contemplare le tele degli artisti a lui più cari e familiari. Ma quel che aveva davanti agli occhi era un quadro vivente con una tavolozza di colori che riverberava intensità e sembrava potesse armonizzarsi con i suoi stati d’animo così oscillanti. Ciascuno di quei colori possedeva poi l’eco di un suono, di più suoni, una specie di partitura musicale assolutamente fantastica, un pentagramma ineseguibile. Bisognava predisporsi all’ascolto. In silenzio. Lo attraversò un brivido di nostalgia e  un senso di spaesamento, di vertigine. Guardava quelle isole come fossero sue donne:  ne era geloso, ne adorava le forme, ne interpretava i silenzi, riconosceva l’odore di ciascuna di esse. Ogni volta che vi metteva piede non voleva più tornare indietro.»

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Recensione Corriere della Sera

dal CORRIERE DELLA SERA
18 gennaio 2013

Narrativa «Notte a Stromboli» del giornalista Antonio Prestifilippo, autore di inchieste su mafia e camorra

Memorie dalla Sicilia
con vista sull’attualità

Giornalista, prima di approdare alla narrativa, Antonio Prestifilippo ha scritto due libri-inchiesta: Morte ad un giudice solo. Il delitto Scopelliti (1995) e La mafia, la ’ndrangheta, la massoneria e i servizi deviati (1998). Ma la vocazione di scrittore s’era già manifestata, in lui, con un volumetto di racconti (1982). Adesso, il balzo: Notte a Stromboli (Armando Siciliano editore, pp. 262, € 18). La vicenda del romanzo è semplice: un giornalista cinquantenne, che lavora in un grande quotidiano romano, decide di prendersi un anno sabbatico e di tornare nella sua isola, riaprire la propria casa chiusa da quattro lustri e analizzare il passato, a cominciare dalla propria adolescenza…

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Anteprima recensione CorSera

«Lo straordinario silenzio pulito. Solo le voci del vento e della risacca…»

«Adesso che vi aveva rimesso piede dopo tanti anni, quell’isola gli apparve dolente nella sua magnetica e affascinante refrattarietà. Più la osservava e più la immaginava sotto quel cielo senza luce come fosse nell’inverno dell’attesa: ostaggio delle mareggiate, stordita dal vento di ponente che il buio delle notti senza luna ne ingigantiva la forza tanto da far serrare la gente nelle case per la paura.
Sulla destra vide la bronzea Sciara del Fuoco che rifletteva sull’acqua le ustioni della terra e il colore della cenere, restituendogli così un odore di bruciato e un lieve senso di vertigine come quando bevi un sorso di più.
Lo straordinario silenzio pulito. Solo le voci del vento e della risacca del mare.
Ora pensò nitidamente che non avrebbe più sopportato il bombardamento, i siluri del tempo e i suoi inganni. E si chiese per l’ennesima volta se fosse mai riuscito a ingannarlo lui, il tempo. Quasi che approdando qui, sull’isola, avesse potuto comperarsene un po’, per spenderlo quando ne avesse avuto bisogno.»

Recensione Repubblica

da Repubblica
14 dicembre 2012

A TUTTA prima sembrerebbe che sia la solita, trita dinamica a mettere in moto il romanzo di Antonio Prestifilippo, Notte a Stromboli (Armando Siciliano Editore, 262 pagine, 18 euro): il siciliano Sandro Sarti, protagonista della storia narrata, giornalista con grande esperienza alle spalle (si è occupato di mafia ed è stato inviato di guerra nei teatri mediorientali), da anni trasferitosi a Roma dove lavora nella redazione di un grande quotidiano, un bel momento decide di concedersi un anno sabbatico per tornare nella sua Isola e fare chiarezza nella sua tormentata interiorità. Il «dolore del ritorno» che non dà tregua, dunque, costringendo a guardare in faccia la Gorgone delle origini: nulla di nuovo sotto il sole. In realtà, Antonio Prestifilippo, giornalista professionista (già inviato del Mattino di Napoli e oggi alla Gazzetta del Sud di Messina) e figlio d’ arte (il padre, Silvestro, fu romanziere, poeta, drammaturgo e documentarista, a torto dimenticato), prende l’ abbrivio da un canovaccio logoro per poi seguire deviazioni laterali, una segnaletica apparentemente fuorviante, che rallenta la corsa del rimpatrio intrapresa da chi dice io, ma che di volta in volta sfaccetta e problematizza le vicende narrate.

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Recensione Panorama

da Panorama
Recensione di Bianca Stancanelli

Giornalista in crisi di un quotidiano in crisi, Sandro Sarti chiede al suo direttore un anno sabbatico e lascia Roma, dove vive da venticinque anni, per tornare alla casa di famiglia, in Sicilia, un luogo della memoria disabitato dopo la morte dei genitori. Comincia così una discesa lungo la penisola, scandita da nuovi incontri, in un tempo improvvisamente liberato dai ritmi incalzanti del lavoro.
Durante il viaggio, Sarti, inviato di guerra sui fronti più caldi dei conflitti internazionali, si troverà ad affrontare la guerra che il Mezzogiorno ha in casa e la ‘ndrangheta gli infliggerà un tremendo lutto privato. Provato dal dolore, sul bordo del naufragio, troverà in una donna, in un nuovo amore, la via per riscoprire il gusto della vita e in un uomo, nell’imprevista amicizia con un anziano psichiatra, la chiave per ritrovare il coraggio di vivere.

Giornalista e autore di saggi, Antonio Prestifilippo traccia nel suo primo romanzo un itinerario nel Sud che conosce a fondo, fino alle sponde dell’isola di Stromboli, su cui veglia Iddu, il vulcano. E racconta un viaggio interiore che conduce dalla noia di un’esistenza ormai asfittica alla riscoperta dell’intensità dei sentimenti.

«Allora, nella baraonda di traffico per i rientri a casa, si era visto come se si fosse staccato da terra…»

«Allora, nella baraonda di traffico per i rientri a casa, si era visto come se si fosse staccato da terra, chiuso lui e gli altri, ciascuno nelle proprie automobili e nelle proprie solitudini. In trappola. Per distrarsi contemplava i volti dei suoi vicini di  finestrino accodati e affiancati, tutti inchiodati e quasi accasciati sul volante, come lui, davanti a un semaforo che pareva permanentemente rosso. Si annoiava anche a indovinare le loro destinazioni e la rassegnazione o l’ebbrezza di quel che avrebbe potuto attenderli nel resto della serata. C’era gente che scorreva i titoli del giornale senza leggere, donne che si rifacevano il trucco timidamente, senza rimirarsi a occhi spalancati davanti allo specchietto retrovisore, ma sbirciandolo appena, perché si fidavano soltanto della ritualità meccanica dei volteggi delle dita esperte. Altre si umettavano le labbra con rossetti e altre ancora si ravviavano i capelli questa volta sì, studiando le sfumature, le ombre, l’assaggio sul collo o sulla fronte di una ciocca piuttosto che un’altra. E non era neanche divertente quel suo svagato spiare ragazzi e ragazze rapiti dal cellulare che telefonavano immaginandosi piccole coccole oppure lunghi e selvaggi amplessi. Il verde del semaforo aveva spazzato via tutto d’un colpo, ed era stato un dilagare di suoni, di imprecazioni; l’incantesimo della breve sosta con se stessi s’interrompeva con un che di liberatorio e forse di traumatico giacché ciascuno pigiava sull’acceleratore per togliersi dai piedi il prima possibile, per fuggire, per tornare… Ma dove? »

Recensione di Vanni Ronsisvalle

Vanni Ronsisvalle
Scrittura e allegoria

Anni addietro, tanti, il poeta Andrea Zanzotto editor per Rizzoli di un romanzo che si chiamava, si chiama LE NOTTI GIGANTI chiese all’autore trepidante per quel suo esordio se in quarta di copertina potesse accennare all’altro versante  della sua scrittura, il giornalismo; nella fattispecie televisivo. Ossia l’intrufolarsi della parola a servizio dell’immagine o viceversa. Una empatia spontanea tra i due termini che, secondo lui, Zanzotto,  poeta già notomizzatore  di linguaggi, versificatore dallo spericolato svariare di essi ‘oltre il paesaggio’, aveva – lo sapesse o non  lo sapesse il giovane autore – contribuito a fabbricargli uno stile. Ho pensato a quell’episodio lontano e memorabile leggendo questo  romanzo di Antonio Prestifilippo, subito coinvolgente, subito intrigante: Notte a Stromboli (Armando Siciliano editore, pagg. 262, euro 18).

L’interesse mi si era acceso per ritrovare nella pagina  quell’ appeal percepito nella anticipazione che me ne era stata fatta a voce. Una confidenza generosa e rara negli autori che si trincerano con un calcolato pudore sull’effetto-sorpresa, per così dire. Antonio Prestifilippo appartiene appunto a quella categoria di letterati identificata nel binomio sempre più frequente (nelle biografie in quarta di copertina, nelle bandelle della sopracoperta o nel paratesto di un libro) di scrittore-giornalista o di giornalista-scrittore, come volete.

In tempi anteriori a noi  il binomio si portava dentro un che di riduttivo. Giornalismo suonava come una compromissione, anzi una contaminazione. Soprattutto da parte degli scrittori che giornalisti non lo erano, considerandosi letterati puri senza arrossire. Così vi era quasi la tentazione nel  giornalista affermatosi come  scrittore a far dimenticare o a  mistificare questa attività  nel provvisorio o come opportunità economica e per alcuni, che poi sarebbero stati mediocri scrittori, di essere stati limitati, vampirizzati, frastornati dal mestiere del giornalista a scapito di esiti molto più prestigiosi nella loro letteratura. Diciamo un trucco romantico fondato sull’inganno che funzionava nei salotti piccolo borghesi fino all’altro ieri, l’arbasiniana casalinga di Voghera incantata da Guido da Verona, ignara di come tra i petali dei Fiori del Male di Baudelaire, che aveva letto di soppiatto attratta dall’accenno ad una simbolica peccaminosità botanica, si annidassero rimasugli di articoli per Les Pays, la Revue des Deux Mondes e persino per la Revue Contemporanee che ospitava scandalistici gossip.

Se Prestifilippo non fosse quell’ottimo giornalista dedito a nobilissimi esiti nell’aver sceverato tra il crimine di ndrangheta ed altre consorterie e le sue cause, lo schiudere spiragli nel doppiofondo di delitti con motivazioni politico/mafiose, nell’edificare con scrittura asciutta, understateman narrativo,  ritratti memorabili di una grande vittima (il giudice Scopelliti), non avremmo un gran bel romanzo come questo.

L’impiego coraggioso di una sperimentata risorsa narrativa, il viaggio, non ingeneri equivoci in chi ha letto questo e quello in fatto di romanzi dall’impianto itinerante, inglesi e americani soprattutto. Semmai, volendo intravedere assiduità di  stimolanti letture in ambiti anglosassoni, è nelle pause di questo scendere verso un sud via via sempre più fluido, appiccicoso, una sabbiamobile metafisica truccata nel femminile di incontri  per così dire in transito, figure di donne,  reminiscenze familiari con lasciti psichici diversamente importanti nel plot narrativo,  è in quelle pause nei motel o altre brevi occasionali dimore che Prestifilippo fa circolare l’impaziente perplessità del Chatwin del Che ci faccio io qui? Un disagio inquieto che si manifesta già dalla partenza da una Roma triste e francamente repulsiva che il protagonista si lascia volentieri alle spalle.

E’ l’estraneità ‘giornalistica’ a quanto gli accade intorno di malvagio anche se lo tocca in affetti familiari, come se l’assassinio gli sia già talmente prossimo, un ‘vissuto’ che anche quando lo sente a pelle riesce a raccontarlo come fosse una giornata introspettiva di Leopold Bloom (viaggio lungo un giorno) o le avventure di Giasone ed i suoi Argonauti. Ossia quel distacco che allo stesso modo concerne sia il  classico della  lontananza del mito sia  la vicinanza del fattaccio  di cronaca  criminale di pari dignità, quando è ben raccontato. L’espediente narrativo del viaggio, dicevo, funziona perché fornisce sempre un grado di tensione ben calcolata nel dipanarsi degli eventi. Allo stesso modo nella stesura del romanzo avrà dato una mano all’autore l’esperienza di  ricerche, ricostruzioni e analisi confluite in saggi sul tema principe del delitto per mafia (il già citato assassinio del giudice Scopelliti). Una mano lukaksiana: la narrativa giustificata dall’accadimento reale.  Intanto il mare trapela qua e là in questo avanzare tra l’ipnotico monotono  dell’autostrada e il serpeggiare ansiogeno giù per la lunga costa frastagliata e ancora bellissima (nonostante gli scempi straccioni).  Sino a quell’altro simbolo esplicito di separatezza e contiguità, proprio perché nel mare vi sta dentro, che è l’isola dove il viaggio si conclude. L’isola, la più drammatica delle Eolie, splendidamente deposito di speciali ierofanie da rendere sacrale persino il nero delle lave: così ecco come fare buon uso di un approdo che dà al racconto l’autorità di un finale di grave effetto: obbligatorio per via del debito contratto con il lettore,  indipendentemente dalla tragedia simbolo a cui fa da scenario l’ impassibile fiera bellezza naturale del vulcano, quella che sappiamo. E’ l’epilogo di  Notte a Stromboli: fossero soltanto cinque righe di notizia, la brevità di un dispaccio d’agenzia (una casa eoliana brucia con i suoi retaggi)  assume l’imponenza malvagia  – o di ingannevole metafora – dello scoglio acuminato che si immagina affiorare improvviso da sotto la calmeria di un mare domestico. Regolarmente blu, subito profondo mille metri dal punto in cui ribolle nel miscuglio di acqua e  sabbia della battigia, la perpetua Sciara del Fuoco.

Recensione Moleskine

da Moleskine
8 ottobre 2012

Ci sono storie che sfuggono dalle mani quasi in maniera impercettibile e lasciano un grande vuoto nell’animo di chi le legge; altre invece riescono a coinvolgere il lettore dall’inizio alla fine e creano una sorta di nevrosi letteraria che spinge ad arrivare fino all’ultima pagina col fiato sospeso. “Notte a Stromboli”, il primo romanzo di Antonio Prestifilippo − giornalista e scrittore −, appartiene a quest’ultima categoria. Il viaggio, la ricerca di sé il motivo dominante.

Il libro, pubblicato da Armando Siciliano editore (pp. 262, € 18,00), racconta la storia di Sandro Sarti, giornalista cinquantenne che decide di “staccare la spina”, prendersi un intero anno sabbatico dal proprio lavoro e fuggire dalla quotidianità, dagli impegni e da una storia d’amore priva di sentimenti. Il viaggio da Roma verso la casa di Caposilvo, in Sicilia, diventa allora un viaggio interiore, un faticoso percorso intrapreso per riconquistare la felicità perduta…
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«Era sempre stato attratto dalle strade statali e provinciali…»

«Era sempre stato attratto dalle strade statali e provinciali. Gli sembravano più docili e gli raccontavano i caratteri del luogo e del paesaggio che stava attraversando. E poi, soprattutto d’estate, diventavano oasi di silenzio e di quiete. Le autostrade no. Le autostrade scavalcano le comunità, le snobbano, le ignorano. Servono a chi deve arrivare presto, senza deviazioni e digressioni. Lui era partito con l’idea di raggiungere più in fretta possibile la sua meta ma, dopo quella breve sosta in albergo, si era reso conto che sarebbe stato più naturale e forse terapeutico non forzare il ritmo e lasciarsi andare, spostarsi più lentamente possibile dal cono d’ombra e lasciarsi sfiorare da un’altra luce e da altri occhi sconosciuti. Così uscì svogliatamente da Eboli e poco dopo fu inghiottito dalla campagna circostante. Spense l’aria condizionata e abbassò il finestrino. Annusò l’odore della campagna, accostò l’auto ai margini della strada accanto a un cespuglio di esili fiorellini gialli e rimase stordito dal verde acceso degli alberi. Scese dalla macchina, fece pochi passi e si accovacciò sull’erba profumata.»

«Ho sognato di essere a Stromboli e di essere salito di notte da solo fino al cratere…»

«Ho sognato di essere a Stromboli e di essere salito di notte da solo fino al cratere.
Ho sognato di aggrapparmi all’effimero schizzo di luce di un lampo. La bocca del vulcano era sulla mia destra, a Nord-Ovest. Fino a quel momento se n’era stato buono buono, come una vecchia montagna mansueta, doma. Neanche un tremore in quell’aria quieta, gonfia di inferno, neanche uno sbuffo civettuolo o una pioggia di lapilli per la meraviglia dei turisti che forse erano giù sul mare col naso in su, precari, a bordo di barconi intirizziti.
Mi sono fermato e ho annusato una folata di brezza che veniva da giù dolciastra, ammaliante.
Cercavo un orientamento. Il buio era assoluto perché era una notte senza luna e incombevano nuvoloni bassi che oscuravano le stelle. La piccola torcia che impugnavo riusciva a stento a illuminare le mie scarpe. Ma continuavo comunque ad arrancare lungo un altro sentiero di buio e di cenere.
Prima, solo qualche istante prima, c’era stato un lungo momento in cui avevo avuto la percezione di essere giunto a un passo dal tunnel della morte, di esser spacciato. E di essere arrivato alla fine di quel viaggio. E questo non potevo permetterlo. Perché il senso del mio viaggio era appunto quello di non giungere mai a destinazione, ma percorrere il tempo dentro lo spazio, forse solo per disperdermi. Era accaduto che io mi fossi allontanato dal sentiero che conduceva alla bocca attraversando il costone trasversalmente. Ero scivolato, avevo rischiato di sbattere la faccia sulla terra dura come la pietra. E avevo avuto paura. Mi ero rialzato con un po’ di fatica, avevo istintivamente guardato che ora fosse e avevo pensato di tornare indietro, di riscendere al paese, al sicuro. Perché non ero lassù per cercare la morte. Non avevo altro obiettivo che la mia anestesia. E non pensavo alla mia fine. Riflettevo invece sulla fortuna di essere lassù a constatare la carne viva della terra.
Non c’era altra anima viva che non fossi io. Il mare era giù, tenebra, oltre i vapori di gas, sotto qualche improvviso sbuffo di lapilli che accentuava la mia cecità.  Il sentiero svaniva passo dopo passo, ma poi l’avevo riacciuffato per qualche metro. Procedevo a tentoni, fermandomi a ogni agguato di fiamma o di vento per cercare una direzione. E, a ogni sosta, annotavo parole su un taccuino che mi ero portato dietro. In quel momento non avrei saputo dire se la grafia potesse poi risultare intellegibile. Ma non mi sarebbe importato nulla. D’altronde scrivevo come so scrivere io, gettando terra e cenere sui fogli bianchi perché in essi rimanesse impresso il senso di quel luogo. E continuavo comunque ad annotare la successione delle tempeste di adrenalina, l’andamento della paura di essere alla fine del viaggio, i miei atti respiratori con l’ansia che li spezzava in un singhiozzo ruvido. E sentivo che la fame d’aria prima o poi mi avrebbe sopraffatto. Mi ero fermato anche allora ed ero rimasto immobile sopra quello che sentivo sotto le scarpe come un giaciglio di ciottoli più morbidi. Mi ero seduto e addormentato sopra una collinetta di pietre nel sogno, poi mi sono svegliato.»