«Per lui era una sensazione quasi nuova…»

«Per lui era una sensazione quasi nuova quella resa meravigliosa
al sonno, quell’abbandono profondo e incondizionato. Si riteneva una
rara specie di veterano delle notti bianche. Conosceva benissimo e
dolorosamente tutte le sfumature del buio fino allo squillo della luce
naturale. Fino all’altro ieri, quando cercava di addormentarsi, serrava
le palpebre e allora le pupille percorrevano orbite cocciute e inafferrabili,
in su e in giù, da una parte all’altra, trasversalmente, obliqua –
mente. Capitava ormai sempre più raramente che il sonno scivolasse
liquido, goccia dopo goccia, in quell’angolo quieto che gli consentiva
di svestirsi dalla vita. Le pupille continuavano a sgomitare, restituendogli
solo immagini riflesse, incubi, paure e inganni lunghi come
lame che sbucavano dal buio con un brillìo improvviso e accecante.
Constatava di non essere più in grado di ripararsi razionalmente da
questo girone infernale che l’inghiottiva quasi ogni notte. E si era convinto
che il rimedio farmacologico, sonniferi, tranquillanti e ansiolitici,
non gli aveva risolto un bel nulla. Continuava a prenderli regolarmente
ma l’effetto era solo un intontimento momentaneo, capace solo di stendere
un tessuto quasi impalpabile tra sé e l’istinto animale a vegliare.
Nella prima parte della notte, fin quasi all’alba, aveva poi l’abitudine
di mettersi a scrivere con la sua stilografica su certi fogli di
carta che preparava sul comodino. Non erano fogli di quel candore
imbarazzante che hai timore di sporcare con grafia banale e insulsa
indotta dall’accelerazione dello scrivere. Era una carta scelta, più spessa
e robusta del solito e appena un po’ più scura del grigio azzurro di
certi crepuscoli estivi. Vi scriveva frasi brevi, brucianti, oppure schizzava
abbozzi di occhi, ciglia, labbra di donne. Giocava soprattutto a
fraseggiare, a distillare parole su parole e a incastrarle in modo che
il loro susseguirsi producesse una specie di suono, un’armonia. In
realtà, cercava le stesse parole che Emily Dickinson guardava e contemplava
fino a vederle brillare. La Dickinson diceva di non conoscere
nulla al mondo che avesse tanto potere quanto la parola: «A
volte ne scrivo una e la guardo fino a quando comincia a splendere».
Le parole di Sarti non splendevano. Anzi spesso le scarabocchiava
subito dopo averle scritte. No. Lui voleva soltanto fermare sulla carta
istanti di coscienza, parabole di stati d’animo, meste noterelle sul mondo.
Una sorta di diario flebile, notturno. Non certamente poesie.»

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