«Arrivato nei pressi dell’aeroporto, conquistò una visuale ampia, inquadrò il mare e osservò la sagoma di Stromboli…»

«Arrivato nei pressi dell’aeroporto, conquistò una visuale ampia, inquadrò il mare e osservò la sagoma di Stromboli che sbucava sotto un cielo basso di piombo, avvolto da un vapore che lo circondava lungo i fianchi più vicini all’acqua. Gli parve un addio: l’isola che precipitava nella brace del tramonto con il suo intermittente sbuffo di gas e lapilli impercettibili.
Quando cadde anche l’ultima bava di vento, gli sembrò di poterne percepire l’odore, di poterne ascoltare anche il respiro quieto che si dilatava piano con un ritmo lento, come quello dei bambini che dormono senza sogni. Lo incantava quest’ora sospesa che gli spalancava un orizzonte senz’ombre, teneramente precario, così che egli potesse sottrarsi per qualche istante alla sua esistenza per immaginare un breve e struggente naufragio in quella di altri. Era sempre un volo breve, una brusca accelerazione dell’immaginario che lo spostava nel tempo e nello spazio perché egli potesse sentirsi altrove.
In realtà, non vedeva davvero nulla di preciso: osservava quell’orizzonte come gli capitava di contemplare le tele degli artisti a lui più cari e familiari. Ma quel che aveva davanti agli occhi era un quadro vivente con una tavolozza di colori che riverberava intensità e sembrava potesse armonizzarsi con i suoi stati d’animo così oscillanti. Ciascuno di quei colori possedeva poi l’eco di un suono, di più suoni, una specie di partitura musicale assolutamente fantastica, un pentagramma ineseguibile. Bisognava predisporsi all’ascolto. In silenzio. Lo attraversò un brivido di nostalgia e  un senso di spaesamento, di vertigine. Guardava quelle isole come fossero sue donne:  ne era geloso, ne adorava le forme, ne interpretava i silenzi, riconosceva l’odore di ciascuna di esse. Ogni volta che vi metteva piede non voleva più tornare indietro.»

Annunci