«Arrivato nei pressi dell’aeroporto, conquistò una visuale ampia, inquadrò il mare e osservò la sagoma di Stromboli…»

«Arrivato nei pressi dell’aeroporto, conquistò una visuale ampia, inquadrò il mare e osservò la sagoma di Stromboli che sbucava sotto un cielo basso di piombo, avvolto da un vapore che lo circondava lungo i fianchi più vicini all’acqua. Gli parve un addio: l’isola che precipitava nella brace del tramonto con il suo intermittente sbuffo di gas e lapilli impercettibili.
Quando cadde anche l’ultima bava di vento, gli sembrò di poterne percepire l’odore, di poterne ascoltare anche il respiro quieto che si dilatava piano con un ritmo lento, come quello dei bambini che dormono senza sogni. Lo incantava quest’ora sospesa che gli spalancava un orizzonte senz’ombre, teneramente precario, così che egli potesse sottrarsi per qualche istante alla sua esistenza per immaginare un breve e struggente naufragio in quella di altri. Era sempre un volo breve, una brusca accelerazione dell’immaginario che lo spostava nel tempo e nello spazio perché egli potesse sentirsi altrove.
In realtà, non vedeva davvero nulla di preciso: osservava quell’orizzonte come gli capitava di contemplare le tele degli artisti a lui più cari e familiari. Ma quel che aveva davanti agli occhi era un quadro vivente con una tavolozza di colori che riverberava intensità e sembrava potesse armonizzarsi con i suoi stati d’animo così oscillanti. Ciascuno di quei colori possedeva poi l’eco di un suono, di più suoni, una specie di partitura musicale assolutamente fantastica, un pentagramma ineseguibile. Bisognava predisporsi all’ascolto. In silenzio. Lo attraversò un brivido di nostalgia e  un senso di spaesamento, di vertigine. Guardava quelle isole come fossero sue donne:  ne era geloso, ne adorava le forme, ne interpretava i silenzi, riconosceva l’odore di ciascuna di esse. Ogni volta che vi metteva piede non voleva più tornare indietro.»

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«Lo straordinario silenzio pulito. Solo le voci del vento e della risacca…»

«Adesso che vi aveva rimesso piede dopo tanti anni, quell’isola gli apparve dolente nella sua magnetica e affascinante refrattarietà. Più la osservava e più la immaginava sotto quel cielo senza luce come fosse nell’inverno dell’attesa: ostaggio delle mareggiate, stordita dal vento di ponente che il buio delle notti senza luna ne ingigantiva la forza tanto da far serrare la gente nelle case per la paura.
Sulla destra vide la bronzea Sciara del Fuoco che rifletteva sull’acqua le ustioni della terra e il colore della cenere, restituendogli così un odore di bruciato e un lieve senso di vertigine come quando bevi un sorso di più.
Lo straordinario silenzio pulito. Solo le voci del vento e della risacca del mare.
Ora pensò nitidamente che non avrebbe più sopportato il bombardamento, i siluri del tempo e i suoi inganni. E si chiese per l’ennesima volta se fosse mai riuscito a ingannarlo lui, il tempo. Quasi che approdando qui, sull’isola, avesse potuto comperarsene un po’, per spenderlo quando ne avesse avuto bisogno.»

«Allora, nella baraonda di traffico per i rientri a casa, si era visto come se si fosse staccato da terra…»

«Allora, nella baraonda di traffico per i rientri a casa, si era visto come se si fosse staccato da terra, chiuso lui e gli altri, ciascuno nelle proprie automobili e nelle proprie solitudini. In trappola. Per distrarsi contemplava i volti dei suoi vicini di  finestrino accodati e affiancati, tutti inchiodati e quasi accasciati sul volante, come lui, davanti a un semaforo che pareva permanentemente rosso. Si annoiava anche a indovinare le loro destinazioni e la rassegnazione o l’ebbrezza di quel che avrebbe potuto attenderli nel resto della serata. C’era gente che scorreva i titoli del giornale senza leggere, donne che si rifacevano il trucco timidamente, senza rimirarsi a occhi spalancati davanti allo specchietto retrovisore, ma sbirciandolo appena, perché si fidavano soltanto della ritualità meccanica dei volteggi delle dita esperte. Altre si umettavano le labbra con rossetti e altre ancora si ravviavano i capelli questa volta sì, studiando le sfumature, le ombre, l’assaggio sul collo o sulla fronte di una ciocca piuttosto che un’altra. E non era neanche divertente quel suo svagato spiare ragazzi e ragazze rapiti dal cellulare che telefonavano immaginandosi piccole coccole oppure lunghi e selvaggi amplessi. Il verde del semaforo aveva spazzato via tutto d’un colpo, ed era stato un dilagare di suoni, di imprecazioni; l’incantesimo della breve sosta con se stessi s’interrompeva con un che di liberatorio e forse di traumatico giacché ciascuno pigiava sull’acceleratore per togliersi dai piedi il prima possibile, per fuggire, per tornare… Ma dove? »

«Era sempre stato attratto dalle strade statali e provinciali…»

«Era sempre stato attratto dalle strade statali e provinciali. Gli sembravano più docili e gli raccontavano i caratteri del luogo e del paesaggio che stava attraversando. E poi, soprattutto d’estate, diventavano oasi di silenzio e di quiete. Le autostrade no. Le autostrade scavalcano le comunità, le snobbano, le ignorano. Servono a chi deve arrivare presto, senza deviazioni e digressioni. Lui era partito con l’idea di raggiungere più in fretta possibile la sua meta ma, dopo quella breve sosta in albergo, si era reso conto che sarebbe stato più naturale e forse terapeutico non forzare il ritmo e lasciarsi andare, spostarsi più lentamente possibile dal cono d’ombra e lasciarsi sfiorare da un’altra luce e da altri occhi sconosciuti. Così uscì svogliatamente da Eboli e poco dopo fu inghiottito dalla campagna circostante. Spense l’aria condizionata e abbassò il finestrino. Annusò l’odore della campagna, accostò l’auto ai margini della strada accanto a un cespuglio di esili fiorellini gialli e rimase stordito dal verde acceso degli alberi. Scese dalla macchina, fece pochi passi e si accovacciò sull’erba profumata.»

«Ho sognato di essere a Stromboli e di essere salito di notte da solo fino al cratere…»

«Ho sognato di essere a Stromboli e di essere salito di notte da solo fino al cratere.
Ho sognato di aggrapparmi all’effimero schizzo di luce di un lampo. La bocca del vulcano era sulla mia destra, a Nord-Ovest. Fino a quel momento se n’era stato buono buono, come una vecchia montagna mansueta, doma. Neanche un tremore in quell’aria quieta, gonfia di inferno, neanche uno sbuffo civettuolo o una pioggia di lapilli per la meraviglia dei turisti che forse erano giù sul mare col naso in su, precari, a bordo di barconi intirizziti.
Mi sono fermato e ho annusato una folata di brezza che veniva da giù dolciastra, ammaliante.
Cercavo un orientamento. Il buio era assoluto perché era una notte senza luna e incombevano nuvoloni bassi che oscuravano le stelle. La piccola torcia che impugnavo riusciva a stento a illuminare le mie scarpe. Ma continuavo comunque ad arrancare lungo un altro sentiero di buio e di cenere.
Prima, solo qualche istante prima, c’era stato un lungo momento in cui avevo avuto la percezione di essere giunto a un passo dal tunnel della morte, di esser spacciato. E di essere arrivato alla fine di quel viaggio. E questo non potevo permetterlo. Perché il senso del mio viaggio era appunto quello di non giungere mai a destinazione, ma percorrere il tempo dentro lo spazio, forse solo per disperdermi. Era accaduto che io mi fossi allontanato dal sentiero che conduceva alla bocca attraversando il costone trasversalmente. Ero scivolato, avevo rischiato di sbattere la faccia sulla terra dura come la pietra. E avevo avuto paura. Mi ero rialzato con un po’ di fatica, avevo istintivamente guardato che ora fosse e avevo pensato di tornare indietro, di riscendere al paese, al sicuro. Perché non ero lassù per cercare la morte. Non avevo altro obiettivo che la mia anestesia. E non pensavo alla mia fine. Riflettevo invece sulla fortuna di essere lassù a constatare la carne viva della terra.
Non c’era altra anima viva che non fossi io. Il mare era giù, tenebra, oltre i vapori di gas, sotto qualche improvviso sbuffo di lapilli che accentuava la mia cecità.  Il sentiero svaniva passo dopo passo, ma poi l’avevo riacciuffato per qualche metro. Procedevo a tentoni, fermandomi a ogni agguato di fiamma o di vento per cercare una direzione. E, a ogni sosta, annotavo parole su un taccuino che mi ero portato dietro. In quel momento non avrei saputo dire se la grafia potesse poi risultare intellegibile. Ma non mi sarebbe importato nulla. D’altronde scrivevo come so scrivere io, gettando terra e cenere sui fogli bianchi perché in essi rimanesse impresso il senso di quel luogo. E continuavo comunque ad annotare la successione delle tempeste di adrenalina, l’andamento della paura di essere alla fine del viaggio, i miei atti respiratori con l’ansia che li spezzava in un singhiozzo ruvido. E sentivo che la fame d’aria prima o poi mi avrebbe sopraffatto. Mi ero fermato anche allora ed ero rimasto immobile sopra quello che sentivo sotto le scarpe come un giaciglio di ciottoli più morbidi. Mi ero seduto e addormentato sopra una collinetta di pietre nel sogno, poi mi sono svegliato.»

«Quando vide scendere Frida dall’aliscafo…»

«Quando vide scendere Frida dall’aliscafo fu sorpreso dall’accelerazione dei battiti del cuore. Scoprì di essere emozionato e di avere anche le mani umidicce, come quelle di un adolescente.
Non la ricordava così bella, con i capelli sciolti sulle spalle. Gli sembrò che fossero passati mesi da quando l’aveva vista per l’ultima volta, invece era trascorsa solo una manciata di giorni. Da quando era fuggito da Roma gli era stato sempre difficile raccapezzarsi, aveva quasi perso la dimensione temporale. C’era poi tutto quel dolore stratificato che doveva avergli rimosso un consistente cumulo di detriti nei circuiti della memoria. Forse erano deflagrati inconsapevolmente come le sue improbabili prospettive.
Lei accelerò il passo e si staccò dagli altri passeggeri lungo il molo e gli andò incontro sorridendo. Lo abbracciò sùbito a lungo con un mugolìo di piacere. Lui la strinse a sé e la baciò sulle labbra, lievemente, senza carnalità. E la sentì accaldata, trepidante, eccitata. Aveva occhi stanchi e arrossati di chi ha trascorso una notte difficile, forse del tutto insonne.»

«Per lui era una sensazione quasi nuova…»

«Per lui era una sensazione quasi nuova quella resa meravigliosa
al sonno, quell’abbandono profondo e incondizionato. Si riteneva una
rara specie di veterano delle notti bianche. Conosceva benissimo e
dolorosamente tutte le sfumature del buio fino allo squillo della luce
naturale. Fino all’altro ieri, quando cercava di addormentarsi, serrava
le palpebre e allora le pupille percorrevano orbite cocciute e inafferrabili,
in su e in giù, da una parte all’altra, trasversalmente, obliqua –
mente. Capitava ormai sempre più raramente che il sonno scivolasse
liquido, goccia dopo goccia, in quell’angolo quieto che gli consentiva
di svestirsi dalla vita. Le pupille continuavano a sgomitare, restituendogli
solo immagini riflesse, incubi, paure e inganni lunghi come
lame che sbucavano dal buio con un brillìo improvviso e accecante.
Constatava di non essere più in grado di ripararsi razionalmente da
questo girone infernale che l’inghiottiva quasi ogni notte. E si era convinto
che il rimedio farmacologico, sonniferi, tranquillanti e ansiolitici,
non gli aveva risolto un bel nulla. Continuava a prenderli regolarmente
ma l’effetto era solo un intontimento momentaneo, capace solo di stendere
un tessuto quasi impalpabile tra sé e l’istinto animale a vegliare.
Nella prima parte della notte, fin quasi all’alba, aveva poi l’abitudine
di mettersi a scrivere con la sua stilografica su certi fogli di
carta che preparava sul comodino. Non erano fogli di quel candore
imbarazzante che hai timore di sporcare con grafia banale e insulsa
indotta dall’accelerazione dello scrivere. Era una carta scelta, più spessa
e robusta del solito e appena un po’ più scura del grigio azzurro di
certi crepuscoli estivi. Vi scriveva frasi brevi, brucianti, oppure schizzava
abbozzi di occhi, ciglia, labbra di donne. Giocava soprattutto a
fraseggiare, a distillare parole su parole e a incastrarle in modo che
il loro susseguirsi producesse una specie di suono, un’armonia. In
realtà, cercava le stesse parole che Emily Dickinson guardava e contemplava
fino a vederle brillare. La Dickinson diceva di non conoscere
nulla al mondo che avesse tanto potere quanto la parola: «A
volte ne scrivo una e la guardo fino a quando comincia a splendere».
Le parole di Sarti non splendevano. Anzi spesso le scarabocchiava
subito dopo averle scritte. No. Lui voleva soltanto fermare sulla carta
istanti di coscienza, parabole di stati d’animo, meste noterelle sul mondo.
Una sorta di diario flebile, notturno. Non certamente poesie.»

«Era nel cuore della Calabria.»

«Era nel cuore della Calabria.
Quando era poco più di un ragazzo gli capitava di venirci spesso e di attraversare piano in automobile la solitudine di certi paesi sbiaditi dal tempo, appiccicati alle pieghe e agli accidenti delle montagne scolpite come vecchie rughe. Se li trovava davanti all’improvviso, senza aver bisogno di cercarli, sùbito dopo una serie innaturale di curve che costringevano la strada a impennarsi all’improvviso e quindi a raggomitolarsi, a ingarbugliarsi per rimediare spazi estremi su irreali geometrie della roccia. Così, sorvolava, scavalcandoli, strapiombi profumatissimi e paurosi, sfavillanti di ginestre selvatiche e tappezzati di asfodeli verde cupo. Questo suo girare a casaccio, inseguendo  improbabili scie di odori e vaghe prospettive di quiete, era il modo, un modo per  appartenersi e isolarsi attraverso le suggestioni che gli evocava il ricordo di  un’adolescenza appena percepita.
Vagabondava per luoghi e atmosfere che avvertiva familiari ad orecchio, parte di una specie di archivio intimo e indelebile, come il grappolo di note mandato a memoria da suonare poi di istinto volando con le dita sulla tastiera di un pianoforte. Si avventurava alla ricerca di sequenze assolute e irripetibili di paesaggi che ritagliava dal ricordo sovrapponendole a quelle che osservava scuotendo di emozione. E così, attraversava paesi feriti dalle trazzere o dalle vecchie provinciali annerite dalle fuliggini sbavate dalle automobili tipo “Fiat 124” fine anni Sessanta o da autocarri rabberciati o, ancora, dalle moto-Ape straripanti di cassette di frutta o di suppellettili di svariata natura: pentolame, materassi, cuscini, scolapasta, eccetera. Adesso ricordava, e ogni volta era il brillìo di una lama che si conficca nel petto e che perfora, lacerando, spezzando, una bicicletta numero “24” e una strada, un’irregolare gettata di asfalto opaco e insidioso, che trafiggeva il cuore del paese sfiorando donne incartapecorite appollaiate sulla seggiola davanti al gradino di casa e radi canneti, porte serrate dalla miseria, sabbia sporca e barche morte. Ripensò a sé ragazzo e avvertì un morso di malinconia. Stava galleggiando nella memoria attraverso frammenti di immagini che gli regalavano una galleria di timbri emotivi tutti diversi.»

«Il pensiero di Roma gli fece scorrere davanti agli occhi un’insopportabile sequenza di immagini…»

«Lui si rabbuiò. Il pensiero di Roma gli fece scorrere davanti agli occhi un’insopportabile sequenza di immagini: la sua casa, la redazione del giornale, Camilla, l’aeroporto, il traffico, il rumore, la grande trappola.
E dentro di sé avvertiva un caos brutale, incontrollabile, una paurosa oscillazione di sentimenti e di emozioni. Si stava convincendo sempre di più, anzi, ne era ormai certo, che quel mondo non potesse davvero appartenergli più. Qui, su quest’isola, si sentiva al riparo. L’elementarità di quella vita era una condizione perfetta perché lui potesse riprendere se stesso e sconfiggere quel buio ed elaborare il lutto della morte violenta di Carlo.
Non sarebbe certo potuto rimanere qui per tutta la vita, certo, sarebbe comunque dovuto rientrare a Roma giusto per il tempo di sistemare le cose, dimettersi dal giornale, vendere la casa, chiudere tutto e ricominciare da un’altra parte.
A Caposilvo? No. Non avrebbe potuto vivere in quella casa, soprattutto senza più Carlo. Ma sarebbe rimasto qui in Sicilia. Da qualche altra parte, in un posto tranquillo, riparato. E sul mare.»