Recensione di Vanni Ronsisvalle

Vanni Ronsisvalle
Scrittura e allegoria

Anni addietro, tanti, il poeta Andrea Zanzotto editor per Rizzoli di un romanzo che si chiamava, si chiama LE NOTTI GIGANTI chiese all’autore trepidante per quel suo esordio se in quarta di copertina potesse accennare all’altro versante  della sua scrittura, il giornalismo; nella fattispecie televisivo. Ossia l’intrufolarsi della parola a servizio dell’immagine o viceversa. Una empatia spontanea tra i due termini che, secondo lui, Zanzotto,  poeta già notomizzatore  di linguaggi, versificatore dallo spericolato svariare di essi ‘oltre il paesaggio’, aveva – lo sapesse o non  lo sapesse il giovane autore – contribuito a fabbricargli uno stile. Ho pensato a quell’episodio lontano e memorabile leggendo questo  romanzo di Antonio Prestifilippo, subito coinvolgente, subito intrigante: Notte a Stromboli (Armando Siciliano editore, pagg. 262, euro 18).

L’interesse mi si era acceso per ritrovare nella pagina  quell’ appeal percepito nella anticipazione che me ne era stata fatta a voce. Una confidenza generosa e rara negli autori che si trincerano con un calcolato pudore sull’effetto-sorpresa, per così dire. Antonio Prestifilippo appartiene appunto a quella categoria di letterati identificata nel binomio sempre più frequente (nelle biografie in quarta di copertina, nelle bandelle della sopracoperta o nel paratesto di un libro) di scrittore-giornalista o di giornalista-scrittore, come volete.

In tempi anteriori a noi  il binomio si portava dentro un che di riduttivo. Giornalismo suonava come una compromissione, anzi una contaminazione. Soprattutto da parte degli scrittori che giornalisti non lo erano, considerandosi letterati puri senza arrossire. Così vi era quasi la tentazione nel  giornalista affermatosi come  scrittore a far dimenticare o a  mistificare questa attività  nel provvisorio o come opportunità economica e per alcuni, che poi sarebbero stati mediocri scrittori, di essere stati limitati, vampirizzati, frastornati dal mestiere del giornalista a scapito di esiti molto più prestigiosi nella loro letteratura. Diciamo un trucco romantico fondato sull’inganno che funzionava nei salotti piccolo borghesi fino all’altro ieri, l’arbasiniana casalinga di Voghera incantata da Guido da Verona, ignara di come tra i petali dei Fiori del Male di Baudelaire, che aveva letto di soppiatto attratta dall’accenno ad una simbolica peccaminosità botanica, si annidassero rimasugli di articoli per Les Pays, la Revue des Deux Mondes e persino per la Revue Contemporanee che ospitava scandalistici gossip.

Se Prestifilippo non fosse quell’ottimo giornalista dedito a nobilissimi esiti nell’aver sceverato tra il crimine di ndrangheta ed altre consorterie e le sue cause, lo schiudere spiragli nel doppiofondo di delitti con motivazioni politico/mafiose, nell’edificare con scrittura asciutta, understateman narrativo,  ritratti memorabili di una grande vittima (il giudice Scopelliti), non avremmo un gran bel romanzo come questo.

L’impiego coraggioso di una sperimentata risorsa narrativa, il viaggio, non ingeneri equivoci in chi ha letto questo e quello in fatto di romanzi dall’impianto itinerante, inglesi e americani soprattutto. Semmai, volendo intravedere assiduità di  stimolanti letture in ambiti anglosassoni, è nelle pause di questo scendere verso un sud via via sempre più fluido, appiccicoso, una sabbiamobile metafisica truccata nel femminile di incontri  per così dire in transito, figure di donne,  reminiscenze familiari con lasciti psichici diversamente importanti nel plot narrativo,  è in quelle pause nei motel o altre brevi occasionali dimore che Prestifilippo fa circolare l’impaziente perplessità del Chatwin del Che ci faccio io qui? Un disagio inquieto che si manifesta già dalla partenza da una Roma triste e francamente repulsiva che il protagonista si lascia volentieri alle spalle.

E’ l’estraneità ‘giornalistica’ a quanto gli accade intorno di malvagio anche se lo tocca in affetti familiari, come se l’assassinio gli sia già talmente prossimo, un ‘vissuto’ che anche quando lo sente a pelle riesce a raccontarlo come fosse una giornata introspettiva di Leopold Bloom (viaggio lungo un giorno) o le avventure di Giasone ed i suoi Argonauti. Ossia quel distacco che allo stesso modo concerne sia il  classico della  lontananza del mito sia  la vicinanza del fattaccio  di cronaca  criminale di pari dignità, quando è ben raccontato. L’espediente narrativo del viaggio, dicevo, funziona perché fornisce sempre un grado di tensione ben calcolata nel dipanarsi degli eventi. Allo stesso modo nella stesura del romanzo avrà dato una mano all’autore l’esperienza di  ricerche, ricostruzioni e analisi confluite in saggi sul tema principe del delitto per mafia (il già citato assassinio del giudice Scopelliti). Una mano lukaksiana: la narrativa giustificata dall’accadimento reale.  Intanto il mare trapela qua e là in questo avanzare tra l’ipnotico monotono  dell’autostrada e il serpeggiare ansiogeno giù per la lunga costa frastagliata e ancora bellissima (nonostante gli scempi straccioni).  Sino a quell’altro simbolo esplicito di separatezza e contiguità, proprio perché nel mare vi sta dentro, che è l’isola dove il viaggio si conclude. L’isola, la più drammatica delle Eolie, splendidamente deposito di speciali ierofanie da rendere sacrale persino il nero delle lave: così ecco come fare buon uso di un approdo che dà al racconto l’autorità di un finale di grave effetto: obbligatorio per via del debito contratto con il lettore,  indipendentemente dalla tragedia simbolo a cui fa da scenario l’ impassibile fiera bellezza naturale del vulcano, quella che sappiamo. E’ l’epilogo di  Notte a Stromboli: fossero soltanto cinque righe di notizia, la brevità di un dispaccio d’agenzia (una casa eoliana brucia con i suoi retaggi)  assume l’imponenza malvagia  – o di ingannevole metafora – dello scoglio acuminato che si immagina affiorare improvviso da sotto la calmeria di un mare domestico. Regolarmente blu, subito profondo mille metri dal punto in cui ribolle nel miscuglio di acqua e  sabbia della battigia, la perpetua Sciara del Fuoco.